martedì 19 luglio 2011

Il bivio

Sono sospeso nel vuoto. Non si muove una foglia. Se solo ce ne fosse una. E’ tutto nero nei dintorni. O tutto bianco? Dipende. Del resto il nulla lo tingi come più ti piace. E’ strano, però, posso camminare. Di solito nel vuoto non si cammina: si fluttua. Eppure sotto i miei piedi percepisco la dura terra, dunque cammino; ma il fatto che io non possa minimamente vedere, né intuire in alcun modo dove mi trovi, e nemmeno abbia il coraggio di chinarmi a tastare, a ritrovare un contatto con il suolo, fa di me un “sospeso”.
  Sospeso nel vuoto, per l’appunto. Quanto tempo sarà? Era l’altro ieri, mi pare, che stavo passeggiando per il viale, no? Con tutte quelle foglie... La strada, grigia di città. Anche l’aria era grigia. Ma ai lati, sul marciapiede, quante foglie! Ogni tanto il vento ne sollevava un paio, le potevi osservare mentre si inseguivano tra una piroetta e l’altra, un volo aggraziato, e poi planavano di nuovo a terra. Silenzio.
Ma poi il vento si faceva più forte, adesso le foglie si muovevano a cascate, si sollevavano in tumultuose creste per poi sciogliersi di nuovo sull’asfalto, mentre il vento correva indisturbato tra i rami degli alberi lungo il viale. Per strada, nessuno.
  Non che qui, adesso, sia diverso. Non c’è anima viva, nel vuoto. Ogni tanto si può scorgere qualche numero irreale saettare da queste parti, ma è un attimo, una meteora, poi tutto ridiventa buio. O tutto bianco. E in ogni caso sono decisamente di poca compagnia. Ora mi trovo a scalare il fianco di un triangolo di Penrose, seguito solo dallo sguardo obliquo della mia ombra. Mi osserva di traverso, quella, quasi avesse da ridire. Deve essersi fatta male quando poco fa sono inciampato in quella fila di poltroncine.
Quando si è soli, si tende a fantasticare. E’ il fascino dell’irrazionalità, il suo effetto consolatorio. Ma il più delle volte è una condanna.  
  Perché sono qui? “Qui” dove, poi? Era l’altro ieri, sì, che passeggiavo nel viale, e intorno tutte quelle foglie in balìa di un volubile giocoliere tra gli alberi. L’aria era davvero grigia. In mezzo al viale, una figura. Così, perfettamente immobile davanti all’imboccatura del bivio. Di certo costui stava aspettando me. “Costui”? Era impossibile distinguerne il sesso, sotto quell’impermeabile sdrucito che ne nascondeva le forme. Un angelo...? No, era una donna, ne sono convinto, una donna.  Ne aveva il portamento e la dignità. Ma sotto quel cappellaccio a larghe tese poteva benissimo nascondersi chiunque.
  Intanto, sono arrivato in cima al triangolo di Penrose. Da qui si gode di una magnifica vista del nulla. Sembra di stare in un dipinto di De Chirico, con la differenza che statue, manichini, sagome e palazzi si librano “sospesi” nel vuoto. Ma non ci sono statue, sagome o palazzi. Resta solo un manichino che passeggia su un triangolo di Penrose discorrendo animatamente con la propria ombra. E inciampa in una seconda fila di poltroncine.
  Lei mi fece cenno di seguirla - mi ostino a chiamarla “lei” ma non sono affatto sicuro - e mi condusse ad un tavolino sulla riva sinistra del bivio su cui era disposta una scacchiera di marmo, due seggiole ai lati. La regina nera mi osserva con aria interrogativa.
Ci sediamo. Il Faust scruta Mefistofele per intuire qualcosa aldilà di quei lunghi capelli neri senza ricavarne granché. Mefistofele dal canto suo lascia trasparire un ghigno da sotto il cappellaccio. Un ghigno aggraziato, come solo le donne sanno fare. E’ scesa sera, intanto, e il neon dell’insegna sopra di noi manda luce a tratti. La domanda è: ma perché mai dovrei mettermi a giocare con un perfetto sconosciuto su un tavolino così rischiosamente a sinistra del bivio, praticamente ad un passo dal vuoto? Avrei preferito spostare le danze presso la piacevole sicurezza della riva destra del bivio, lontano da quella malefica insegna... Però la posta in gioco è allettante: se vinco, lei si mostrerà finalmente, mi aprirà ai sensi quel brutto impermeabile sdrucito, chissà quali meraviglie avrà da concedermi...se perdo, nulla.
La frego con la “mossa del barbiere”: scacco matto. Una partita-lampo. Ho vinto. Mefistofele appare visibilmente sconvolto. Certo, neanche un principiante si sarebbe fatto imbrogliare con una bassezza del genere, costei deve aver avuto una bella faccia tosta a propormi una partita di scacchi, vista la sua brillante arguzia matematica. Ho vinto. E invece no, ho perso. Il barbiere alla fine ha tagliato la gola a me, non a lei. La prova non consisteva nel vincere la partita, ma nel creare un bel gioco, costruire una storia avvincente, di battaglie, tradimenti e uccisioni. Avrei dovuto appagare l’avversario, non umiliarlo. Ma io non ho avuto un briciolo di classe, e ho perso. Così lei si alzò di scatto e mi afferrò per il bavero della giacca, il vento improvvisamente si era alzato, e nell’impeto del gesto le era volato via il cappellaccio, a danzare con le foglie intorno, e io potei per un attimo guardarla in faccia. Era davvero una donna. Meravigliosa. Spalancò la porta e mi scaraventò nel nulla.
  Saranno giorni che cerco una strada per ritornare al bivio. Ormai ho perso il senso del tempo, a giudicare dallo stomaco potrebbero essere anche mesi. Il tetro candore di questa oscurità comincia a farmi venire i nervi. Detesto le mezze misure. Non che si stia male qui, anzi. Però tutta questa leggerezza comincia a farsi davvero insostenibile.
L’ultima volta che sono stato a teatro, davano uno di quei...no, non ricordo neanche cosa stessero dando. Le indicazioni mi avevano spedito dall’altra parte della città, avevano anticipato lo spettacolo senza preavviso, e io mi ero trovato davanti all’ingesso sporco di autobus, sudato e con una buona mezz’ora di ritardo. L’insegna al neon si beava della sua inutilità nella chiara luce del giorno. Dopo diversi minuti di indugio sul tappeto rosso dell’entrata, l’anziana signora delle pulizie mi invitò ad entrare in platea, un’insperata manna di gentilezza, ma poi, dentro? Rimasi in contemporanea accecato dalle luci di scena e inghiottito dal buio di sala, e indietreggiai nel più completo stordimento finendo col pestare un piede a qualcuno. Alle mie spalle si mosse una figura.  Me lo avrebbe trovato lei un posto in sala, disse. Allo stordimento si sostituì un senso di profonda sopraffazione, mentre l’oscurità cominciava a digerirmi, a farmi implodere su me stesso. Ormai non vedevo più nulla, mi sentivo annegare in quel mare di poltroncine di velluto rosso, ma all’ultimo ero riuscito a intuire i movimenti della figura. La seguii barcollando, in preda allo smarrimento più assoluto, rasente al muro per non cadere in quella che mi sembrava una voragine aperta nella platea. All’improvviso la mia mano tesa in avanti incontra la sua, lei me l’afferra con delicatezza e mi porta fuori del baratro, al riparo di una comoda poltroncina in prima fila. Un angelo? No, era semplicemente una maschera che stava attendendo al suo dovere. Ma quel tocco, così inaspettato e gratuito, era divenuto mistico, agli occhi di un povero pazzo accecato dall’oscurità.
  Adesso, invece, non v’è alcuna mano che venga a raccogliermi e a portarmi via. Mi sono accasciato infine sul suolo che prima non distinguevo e che faceva di me un “sospeso”. E “sospeso” mi trovo tuttora, pur avendo ritrovato quel contatto che, a dir la verità, neanche mi auspicavo di trovare. Di maschere, invece, ce ne sono infinite. Appaiono in continuazione, con i loro sguardi bucati, gli angoli della bocca piegati in giù, come gli occhi, una grottesca fanfara di bisbetici, burloni, doppiogiochisti, maliziosi e fraudolenti, uno più mendace dell’altro e tutti con lo stesso ghigno aggraziato di donna. Una persecuzione.
Sono disperato. Sono disperato perché non c’è davvero nessuno in giro, sono solo in compagnia di me stesso, dei miei voli pindarici e delle fugaci apparizioni di lei. La vedo dappertutto, vorticare beffarda e incosciente tra le sue smorfie di gesso e sparire nuovamente in quelle folate di foglie morte...foglie? Da dove vengono tutte queste foglie? Il bivio deve essere qui, nei paraggi. Posso sentire il ronzio al neon dell’insegna sull’entrata.
Non lontano, vedo fluttuare a mezz’aria la scacchiera, con i pezzi sparsi lì attorno. Più avanti galleggia inerte l’impermeabile sdrucito. Evidentemente un Faust ben più galante di me è riuscito a conquistare Mefistofele e a portarselo via nel ramo destro del bivio.  E, a quanto pare, devono aver chiuso la porta a chiave, dato che non vi è verso di aprirla e riaffacciarsi nella notte del viale, e fuggire via, lontano da quella maledetta luce al neon.
Rassegnato, mi infilo l’impermeabile, e comincio a disporre i pezzi sulla scacchiera. La regina nera mi guarda sempre con la stessa aria interrogativa. Chissà se qualcuno passando da queste parti non vorrà farsi una partita con me?

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